La gente di Napoli “è in coma affettivo” per la scomparsa di Mario Merola, l’ultimo paladino di una città , in stato di caos permanente, ma con gran voglia di riscatto. Il suo cuore, lo ricordiamo, ha cessato di battere domenica sera, a seguito di una grave insufficienza cardiorespiratoria. Gli estimatori del re della sceneggiata, tanti, sono giunti da ogni parte del mondo, questa mattina, a Napoli, nella popolarissima Basilica della Madonna del Carmine Maggiore, a Piazza Mercato, per tributargli l’ultimo saluto.
La stessa chiesa dove trentanove anni fa (il 17 aprile del 1967, alle 16,30), furono celebrate le esequie, al grande Totò. Presenti, al rito funebre, in prima fila, i figli “artistici” di Mario, Gigi D’Alessio e Nino D’Angelo e con loro, anche, Amedeo Minghi, Gigi Finizio e tanti altri personaggi del mondo dello spettacolo, cultura e autorità locali, tra cui il sindaco Rosa Russo Jervolino. “Adesso si è spenta Napoli”, le parole di D’Alessio, appena, appresa della morte, del suo papà professionale.
La scomparsa del cantore della melodia popolare napoletana è una perdita importante; si spiega, così, l’attenzione, che, da giorni, gli sta tributando il sistema televisivo e dell’informazione. Messaggi di cordoglio, da parte delle massime autorità politiche e parlamentari, sono giunti, in una forma o nell’altra, alla famiglia Merola. Da Fausto Bertinotti, Clemente Mastella ad Angelo Sandri.
Quest’ultimo ha sottolineato il compito didattico svolto dal grande cantante: “quello di avere fatto giungere al nord, con intelligenza (Sandri è friulano), la tradizione popolare canora”. In una nota, il Presidente della Commissione di Vigilanza Rai, Mario Landolfi ha fatto sapere che “Mario Merola è stato, nei tempi recenti, l’interprete di una Napoli profonda e popolaresca, che, la sua arte ha fatto apprezzare, anche, fuori dei confini nazionali”.Per il Presidente della Regione Campania, Antonio Bassolino “Napoli e la Campania ricordano commossi un grande artista, straordinario interprete dell’anima popolare della città .”.
Il primo cittadino di Napoli, Rosa russo Jervolino, a tal proposito, ha sottolineato di come la morte di Merola cada, proprio, nel momento, in cui la città ha più bisogno di testimoni e paladini a favore. L’ uomo e l’artista. Mario Merola, da giovane, come scaricatore di porto, ha mangiato pane e miseria, fino al grande successo con la “sceneggiata”, di cui diverrà , a pieno titolo, ambasciatore, nel mondo. E proprio con la sceneggiata napoletana che, negli anni 70 e 80, l’artista varca le soglie dell’America, Canada, Stati Uniti, destinazione Casa Bianca, alla corte di Mister President Ford. “Isse Esse e o Malamente” recitava, ma solo sulla scena. Nella vita, “ ’O guappo Merola” era un abitudinario benefattore; uomo generosissimo, dal cuore e dal portafoglio, aperto, a chiunque avesse bisogno, ma, anche, uomo sopra le righe, come tutti gli artisti “puri”, d’altronde. Giocatore incallito: la roulette, la sua tentazione! Mario e la famiglia “E figli so piezze e core”. Mario e l’amore paterno, nè “’O zappatore, nun s’a scorda ’a mamma”. Mario e Napoli, la sua Napoli “Comm'è amaro a stá luntano quanno tiene na famiglia, quanno Napule addeventa cartulina...”. Merola, specchio di un’altra Napoli; non quella musicale di Bruni, Carosone, Fierro, Murolo, Cigliano, Rondinella, Gallo; non quella del costume, rappresentante l’Italia nel mondo, di Totò, Eduardo, Peppino e Titina, Nino e Carlo Taranto, dei fratelli Maggio, della Bianchi, di De Sica (il ciociaro, napoletano per affezione), della Loren o di Troisi; e nemmeno specchio della Napoli dello Show-business, protagonista, delle stagioni dorate della nostra Tv, con Ranieri, Nazzaro, Di Capri, Bongusto (il molisano, partenopeo d’adozione), nè tantomeno, Merola rappresentava la Napoli del cinema “musicarello”, nella ricostruzione italica, anni 50, con “Cerasella” e “Lazzarella” nè, infine, quella del boom economico, anni 60, di “Una lacrima sul viso”, “In Ginocchio da te”, “Non son degno di te”. Mario Merola rispecchiava la Napoli dell’entroterra, quella vista dal di dentro, pane e pallone, chiesa e vicolo, miseria e nobiltà . Merola non si riconosceva nella Napoli della malavita, della guapperia, dell’immondizia, dei borseggiatori dallo scippo facile, della drammaticità nuda e cruda e delle “lacrime napulitane”, senza una ragione fondata.
Il re della sceneggiata adorava gli entusiasmi della sua città , condannava la creatività , spesa a servizio del malaffare. Lui, figlio di certi valori”¦ la famiglia patriarcale, la messa domenicale, la devozione a San Gennaro, le “solenni” feste comandate, la gara agli addobbi natalizi più sfarzosi, l’accoglienza dinnanzi a “’o presepe”, ’e zampogne e zampognare e la festa della Befana in pompa magna. Mario e le sane abitudini, come quella d’o cafè pavate; le grandi tavolate, in casa Merola in compagnia , d’a Pasta e fasule, ’o capitone, ’e friarielle, ’e rafiul, mostacciuoli e roccocò, ’e struffoli, ’o babà , ’a sfogliatella, ’e zeppole, ’a pastiera, ’o casatiello, ’e freselle e d’o tortano. Merola si mostrava comprensivo verso chi, “suo malgrado”, propendeva per l’arte d’arrangiarsi”¦ una filosofia, questa, copiata da molti e ammessa da pochi.
La Napoli dell’ammore con la A maiuscola, delle serenate, sotto casa, alle “’nnamurate”, e delle dichiarazioni, cantate, con tutto ’o sentimento, come quella che Mario fece alla compagna di una vita, sua moglie Rosetta, da ragazzo... “Dicintecello vuie”¦ il motivo complice”. Lui e la Napoli della cavalleria, del triccheballacche e del putipù, dei posteggiatori e dei venditori, improvvisati, per le strade; della filosofia di vita godereccia e spensierata, “dell’Alleria”, nel sangue”¦ “Nui simmu nati cu doie camise chi campa a Napole sta in Paradise e nui ca faccia doce e ammare in pietto cantammo sta canzone pe’ dispetto”¦”, insomma”¦ la Napoli delle mille contraddizioni! Un’immagine, un identikit, quello sopraindicato della citta “d’O sole e d’o mare”, in cui non si sono mai riconosciuti i refrattari del genere, coloro che considerano Napoli solo, in chiave negativa. Un pensiero, se vogliamo, che tocca, anche, quei napoletani radical-chic, appartenenti ai cosiddetti quartieri alti, (Vomero, Posillipo, Chiaia, Marechiaro.. più in basso &), che, pur riconoscendo, Merola, come proprio “illustre” concittadino, non si rispecchiavano nel tipo di personaggio rappresentato nella “sua” sceneggiata, genere considerato regionalistico, dipinto, dalle nuove generazioni, come caricatura superata. La melodia popolare napoletana, di Mario Merola, continua a mantenersi, anche, grazie a voci, come quelle del vice-re, Mario Da Vinci, di regine come Gloriana, Angela Luce, Mirna Doris, e di tante principesse e principi come Rosa Miranda, Pino Mauro,Toni Astarita, Tonino Apicella, Antonello Rondi, Riccardo Zappulla (il cantore siciliano più napoletano che si conosca). A conclusione, solo, un’amara riflessione: adesso che il cuore di Napoli non c’è più, perché tanto clamore televisivo? Da oggi, Napul’è na cartolina incompleta.
di Maira Nacar
Articolo tratto da Italymedia.it diretto da Antonello De Pierro
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