Intervento di Caterina Caselli: STATI GENERALI della MUSICA ITALIANA

166.2K visualizzazioni

SANREMO 2006: Vorrei cominciare il mio intervento su una nota allegra.
E’ un buon momento per la musica italiana

Le nomine decise dal Presidente Ciampi segnalano una attenzione nuova al nostro settore, una attenzione che chiedevamo da tempo inutilmente, e premiano un gruppo di artisti che hanno saputo imporsi fuori dai confini nazionali: Laura Pausini e il suo meritatissimo Grammy, Eros Ramazzotti, Zucchero”¦. Andrea Bocelli di nuovo ai vertici delle classifiche americane, canadesi, australiane”¦i tre mercati in cui è uscito l’ultimo CD Amore.

Quasi tutti artisti nati e cresciuti dentro etichette indipendenti (Sugar, DDD) come indipendente è Nisa dove nasce Tiziano Ferro, Iris dove nasce Biagio Antonacci, GNG dove nasce Gianna Nannini.

Dunque tutto va bene no?”¦. Stiamo in piedi sulle nostre gambe, possiamo dirci soddisfatti, siamo di nuovo forti”¦.

Magari fosse così. Purtroppo non è così.

La gioia che ci deriva dall’avere quattro moschettieri che ci rappresentano e ci onorano nel mondo non può farci dimenticare che sono solo quattro”¦ e soprattutto sempre gli stessi quattro. Da dieci anni.

Se poi nel caso di Andrea Bocelli i cinquanta milioni di dischi venduti fin qui e il successo del nuovo album sono frutto di una produzione e una strategia di posizionamento del prodotto nate in Italia e gestite da una azienda italiana che però deve affidarsi a una major per la distribuzione internazionale, negli altri casi è piuttosto raro che le major consentano libertà di scelta.

Questa è una prima nota dolente”¦ perché è ben vero che in tutto il mondo siamo noi produttori indipendenti a scoprire e far crescere i talenti, a costruire il nuovo che poi va a beneficio di tutto il sistema, anche delle multinazionali.
Siamo noi a produrre in Italia creando opportunità di lavoro ad alto contenuto tecnico-professionale e a re-investire in Italia quel che si guadagna (poco o molto che sia), ma poi la maggior parte dei ricavi e dei profitti rimane a Londra o a Los Angeles dove le majors hanno le loro sedi.

Ma soprattutto basta volgere lo sguardo indietro di cinque anni (lasciatelo dire a me che è dal 1984 che vado lanciando l’allarme sulla fragilità della industria della musica in Italia) per vedere che: fra il 1999 e il 2005 il mercato discografico italiano è sceso in valore di oltre il 30% e che nello stesso periodo le imprese discografiche italiane hanno ridotto il personale del 40%.

Si vuole che continui ad esistere una identità italiana in musica, quella che da secoli è uno dei punti di forza del nostro paese e che nello sviluppo sempre più immateriale della economia può svolgere una funzione strategica ?
Si vuole che la globalizzazione diventi sintesi dialettica delle diversità invece che trita omologazione di modelli culturali importati a suon di marketing che cancellano le identità perché non si adattano alle economie di scala ?

Si vuole che i rientri dall’estero per lo sfruttamento editoriale della nostra produzione tornino almeno ad avvicinarsi a quelli francesi, visto che da quando è in vigore la Loi Musique (1985) e lo Stato tutela la musica nazionale, il distacco fra SIAE e SACEM in questo campo è andato crescendo in maniera esponenziale ?

Eliminare il differenziale fiscale con altri paesi europei. Si può dare un segnale e scendere subito dall’attuale IVA del 20% al 15%, quota minima imposta dalla Unione Europea. Naturalmente in attesa di equiparare l’IVA su disco e libro al 4%,vera battaglia contro una assurda discriminazione che deve vedere coinvolta tutta l’industria culturale europea, perché la musica non è una saponetta, ne tantomeno una pelliccia, ma un bene culturale. Un bene, e lo sottolineo”¦ che rafforza la proposta culturale di un paese e incrementa quella diversità positiva che arricchisce le nostre società ”¦

Intensificare l’azione contro l’economia criminale che cresce grazie alla pirateria e alla tolleranza verso i comportamenti illegali e che spiega l’anomalia del mercato italiano, unico fra i grandi paesi europei con percentuali da tracollo come quelle ricordate.

Serve un piano di interventi immediati”¦.
Occorre introdurre le quote obbligatorie riservate alla musica di produzione italiana e agli artisti esordienti, in tutte le fasce di ascolto della programmazione delle radio e delle emittenti televisive tematiche che trasmettono solo musica. In Francia ha funzionato, perché non dovrebbe aiutare anche qui ? Vorrei tranquillizzare i nostri amici delle radio. Le quote in Francia non hanno penalizzato gli ascolti che anzi sono aumentati. Quello che chiediamo alle radio è di partecipare ad uno sforzo comune per restituire il giusto peso alla musica di produzione italiana e per aiutare soprattutto i nuovi talenti.

Bisogna sostenere la promozione della musica italiana nel mondo istituendo un dipartimento governativo con un budget adeguato per organizzare la diffusione del nostro lavoro sui mercati esteri, rafforzare la partecipazione a festival e mercati, incrementare le traduzioni ”¦.In questo settore ci sono esperienze positive realizzate dal Sistema Moda, e ancora dal cinema con la diffusione della presenza delle Film Commission in tutte le occasioni di incontro e di scambio internazionale, nei mercati turistici come in quelli specializzati dei media”¦

allargare le opportunità di utilizzo della musica italiana favorendo lo sviluppo di sinergie creative fra cinema e musica
premiare con fondi pubblici e altre opportunità tipo tax shelter chi promuove la musica prodotta in Italia attraverso l’inserimento nella colonna sonora, nei titoli, nella sceneggiatura ”¦.

Signor Ministro-Signor Sottosegretario, come vede non chiediamo sussidi.
Chiediamo una bonifica ambientale che ci restituisca l’aria per respirare, e l’avvio di condizioni che ci consentano di continuare a investire.

La produzione indipendente di musica italiana è parte della identità culturale di questo paese e se si vuole che continui a esistere occorre che lo Stato faccia la sua parte garantendo parità di condizioni e agevolando gli investimenti.

Come sempre in campo culturale sono investimenti a utilità differita, ma potete star certi che tornano indietro moltiplicati.

Secondo uno studio recente dell’Università di Torino ogni Euro investito nella cultura torna indietro moltiplicato per 21 volte.
E probabilmente anche di più se pensiamo agli effetti benefici a largo raggio sul sistema.

Per parte nostra è arrivato il momento di lasciar fuori l’ego, di ammettere che ci sono dischi brutti che non hanno successo per questo, perché sono brutti.

Tutti noi, artisti, interpreti, produttori dobbiamo prendere atto che non si può vivere di rendita, che bisogna continuare a impegnarsi a esplorare nuove strade perché con tutte le difficoltà e le frustrazioni di oggi questo resta un mestiere bellissimo e un modo straordinario di contribuire al rafforzamento di quella “marca Italia” che dovrebbe accompagnare il rilancio della nostra economia nel mondo e di cui si comincia finalmente a parlare di nuovo in modo serio.

Ultimi Articoli